Il gigante delle montagne

Ricordo i viaggi in famiglia di quand’ero piccina, con il naso attaccato al vetro dell’auto, mentre arbusti e pietre correvano lì fuori, ed io mi dedicavo ad essi, con la grave serietà di uno scienziato – rigorosamente in camice bianco –, il quale si accinge a scrutare il mondo attraverso la lente di un microscopio. Ricordo le ore passate ad ingannare la messa a fuoco dell’occhio, nell’intento di perseguire un’osservazione che andasse al di là della mera parvenza delle cose, il ché probabilmente mi ha portato ad alcuni disturbi della vista di cui soffro al giorno d’oggi. Ma, segretamente, posso dire che n’è valsa la pensa. Diottria su diottria.

Eppure più di tutto ricordo il fascino che le montagne suscitavano, un silenzioso, cupo, timor sacro della grandezza, posta di fronte all’insormontabile quanto irriducibile sproporzione fra me e loro. E proprio lì ho trovato, nell’infantile necessità di risolvere una così grande differenza di pesi e misure che mi separava da loro, la spiegazione più logica e naturale che potesse esistere al mondo.

Va fatta una premessa, doverosa: dalla prospettiva parziale offertami dal finestrino di destra, destreggiandomi fra borse e bagagli, vi era un fazzoletto di vetro libero, il quale mi permetteva di osservare anche dall’altra parte. Quindi non solo arbusti e pietre, ma scorci, vallate e pendii, i quali in certo qual modo sospettavo r-esistessero anche al di là della parete di abeti scuri che si stagliava al cielo, come a stirare i muscoli dopo una lunga corsa. E per quanto la vista fosse modesta e malamente frazionata, vi era sicuramente un fatto, sul quale non potevo in alcun modo soprassedere. Accadeva quando, per dei brevi istanti, la diligente fila di abeti si interrompeva, lasciandomi così sospesa di fronte alla Montagna. Ed io la guardavo come rapita dalle sue pieghe, dai suoi colori, dai suoi slanci. A tratti brulla, ghiaiosa, altre volte morbida, verde, composta e, nell’ammaliante alternanza fra il soffice dei prati ed il tumultuoso dei boschi, sentivo che quell’immagine apparteneva al vivace microcosmo della mia piccola memoria. L’avevo già vista! In un sistema certo diverso, ma facente egualmente parte della mia quotidianità di attento osservatore del mondo. Non vi erano dubbi in merito.

Così, interrogandomi a lungo, e scrutando ed infine sommando gli elementi probatori raccolti nel tempo con dovizia e cura di particolari, giunsi all’unica plausibile soluzione di questo rebus, in cui grandezze disarmanti devono essere giustificate alle microscopiche lenti degl’occhi di un bambino.

Lassù, da qualche parte, che non si vede perché è troppo grande, ma è per certo assodato che esiste, c’è un gigante, solitario, il quale, con molta lentezza – e sì, a volte mi è passato per la mente, un pizzico di disattenzione, perché insomma, non si può essere così distratti! – si sta facendo la barba con un vecchio rasoio, la cui lama brilla nello scuro del crepuscolo. Il problema è che, per quanto egli si adoperi in qualunque stagione e con qualsivoglia clima – e qui mi sento di spezzare una lancia a favore della sua tenacia –, a causa dell’enorme estensione del suo mento, non l’ha ancora finita!

Ora, ci vuole pazienza, so che un giorno il gigante finirà di radersi la barba, ed allora i prati saranno morbidi, ed i pendii così lievi, che ci potrai ruzzolare sopra, senza pensare e senza fermarti, col fiato in gola e l’erba fra i capelli.

Seduta sui sassi, al limite della vallata che s’apre sottostante, dopo molto tempo torno a guardare i monti chinarsi al fiume, ed insieme slanciarsi verso il cielo, fraternamente divisi da una manciata di colori. Insieme a me, seduto in fondo al cuore, sta un bambino dagl’occhi grandi. Anche lui guarda i monti, e silenzioso attende.

Il suo gigante.